Dati rubati, le banche corrono ai ripari 

Parla il CEO diWiseKey, azienda leader nel settore della sicurezza dati

Venerdì la conferma che il Land tedesco del Nordreno-Vestfalia ha infine acquistato un dischetto contenente i dati bancari di 1.500 presunti evasori fiscali tedeschi con conti in Svizzera. Il costo della transazione si aggirerebbe attorno ai 3,7 milioni di franchi. Quasi contemporaneamente, il Baden-Württemberg ha invece deciso di rinunciare definitivamente a un’operazione analoga.A Berna ieri il Partito liberale radicale svizzero ha depositato un’interpellanza urgente per chiedere al Governo di denunciare la Germania presso la Corte internazionale dell’Aja per l’acquisto dei dati rubati. Sempre ieri è poi saltato il vertice a Berlino tra Hans-Rudolf Merz eWolfgang Schäuble, a causa del ricovero in ospedale di quest’ultimo. L’incontro avrebbe dovuto preparare la ripresa delle discussioni sulla nuova Convenzione di doppia imposizione, con cui Merz spera di riuscire a frenare il preoccupante fenomeno del furto di dati. Berlino esamina attualmente la domanda di assistenza giudiziaria di Berna, che ha chiesto inf rmazioni sui dati offerti su presunti evasori con conti in Svizzera. Ma è così facile rubare dati bancari di clienti di un qualunque istituto elvetico? Abbiamo interpellato in proposito Carlos Moreira, fondatore e CEO di WiseKey, società per la sicurezza informatica basata a Ginevra, che annovera tra i suoi clienti decine di banche, industrie e amministrazioni statali.Attiva in Svizzera da oltre un decennio,WiseKey s’appresta quest’anno ad essere quotata in borsa, confermando
così d’essere una delle aziende leader nel settore.

 

L'INTERVISTA

Il furto di dati è un fenomeno con cui le banche elvetiche hanno sempre dovuto confrontarsi o si tratta di una problematica più recente - almeno in queste proporzioni - dovuta alla crescente pressione dei governi esteri disposti addirittura ad acquistare informazioni rubate?

«Direi che questo nuovo recente e preoccupante fenomeno dell’acquisto delle informazioni è andato a sovrapporsi al processo di informatizzazione e centralizzazione dei dati avviato dalle banche a partire dagli anni ‘90. Prima di allora, le banche avevano un sistema di gestione dei dati che definirei ‘dissociato’, ovvero ogni consulente gestiva un proprio numero di clienti ed era direttamente responsabile per la sicurezza dei loro dossier e dei dati contenutivi. Anche se la gestione dei dati era più ‘artigianale’ rispetto alle possibilità offerte oggi dall’informatica, paradossalmente il livello di sicurezza era superiore. Ma con la progressiva informatizzazione del sistema, i dati sono stati via via stoccati in poche banche dati centralizzate, rendendo così più facile copiare e rubare in pochi istanti migliaia e migliaia di nomi di clienti e relativi dati bancari. E questo non riguarda solo le banche, lo stesso processo è avvenuto nell’industria o nelle amministrazioni statali. Per un decennio si è creduto che la centralizzazione dei dati fosse la maniera più razionale di gestirli, ma parallelamente non si è investito abbastanza nei sistemi di sicurezza.»

Ma è possibile con un sistema di sicurezza informatico dare una garanzia assoluta contro il furto o la manipolazione di dati, indipendentemente dal cosiddetto “fattore umano”?

«La sicurezza assoluta ovviamente non esiste, ma si possono minimizzare i rischi. Coi nuovi sistemi di sicurezza informatici a disposizione si può fare in modo che i dati bancari non siano mai depositati in alcun luogo, bensì smembrati e poi sparsi in più banche dati. Lo stesso nome del cliente non dovrebbe mai apparire integralmente da nessuna parte. I file di ogni cliente dovrebbero infatti poter essere letti solo decriptando i diversi pezzi e rimettendoli insieme. Solo attraverso delle chiavi biometriche, attivabili cioè con le impronte digitali, dovrebbe poi essere possibile decriptare e leggere questi file. E anche queste chiavi dovrebbero essere programmate e distribuite all’interno dell’istituto bancario in base al grado d’accesso concesso ad ogni impiegato. In ultima analisi, solo i quadri e i membri della direzione dovrebbero poter disporre di chiavi biometriche in grado di leggere l’insieme dei dossier di tutta la clientela».

Un tale sistema di sicurezza avrebbe potuto impedire il furto dei dati dalla filiale ginevrina della HSBC?

«Sì, perché il caso HSBC non riguarda i sistemi di stoccaggio in quanto tali, che sono per lo più affidabili, come Oracle, Microsoft Access, D-base, etc, ma concerne invece la messa in sicurezza dell’accesso ai dati. I tecnici informatici dovrebbero avere accesso solo a certi dossier e unicamente previa autorizzazione dei direttori della sicurezza o dei direttori operativi, se non addirittura solo dei membri della direzione. In nessun caso dovrebbero poter assemblare e leggere i file completi della clientela. Inoltre, in caso di sospetto di lettura non autorizzata o di manipolazione dei dati, come fu il caso alla HSBC, dovrebbe essere possibile bloccare in maniera istantanea per via informatica o attraverso telefono l’accesso a qualsiasi dato grazie a dei processi d’identificazione ‘forti’, chiamati in gergo ‘Private Key Infrastructure’, una sorta di ultima barriera contro ogni furto o utilizzo improprio di dati. Cosa che però le banche non sempre fanno.»

Ma se questi sistema di sicurezza sono già disponibili, perché tutte le banche non ne fanno sistematicamente uso?

«Le ragioni sono molteplici. Ma direi che per quanto riguarda la realtà elvetica, siamo in presenza di due estremi: da un lato le grandi banche preferiscono fare tutto per conto proprio, senza ricorrere a società specialistiche esterne che sarebbero in grado di sviluppare e di offrire i sistemi di sicurezza più all’avanguardia. Così facendo, i grandi istituti accumulano sempre un certo ritardo, perché non impiegano abbastanza mezzi per la ricerca e lo sviluppo in proprio. Il fatto è che in svizzera non esistono grandi società per la gestione della sicurezza informatica, per lo più esistono solo piccole e medie start-up che però non offrono le necessarie garanzie i termini di capacità e continuità ai grandi istituti bancari, che dunque preferiscono fare in proprio. Differente è invece il caso delle piccole banche private o di quelle cantonali, che preferiscono invece dare in ‘outsourcing’ tutta la gestione dell’informatica, ivi compresa la sicurezza, col rischio che siano appunto degli esterni a gestire questi sistemi di controllo d’accesso ai dati, che non sono dunque direttamente gestiti dai quadri dell’istituto bancario. Così facendo l’intero sistema è meno efficiente e rapido.»

La clientela ha dunque delle ragioni valide per dubitare dell’affidabilità dei sistemi di sicurezza adottati dalle banche elvetiche?

«Sì e no. La Svizzera resta uno dei paesi più sicuri al mondo in materia di sicurezza dei dati, ma resta il fatto che non vi sono degli standard uniformi e che il grado di sicurezza può variare molto da istituto a istituto. Aggiungerei però che quanto sta avvenendo, dal caso Liechtenstein a quello della HSBC, fino alle liste rubate e in vendita in Germania, ha riproposto in modo forte il problema della sicurezza informatica e quasi tutte le banche elvetiche stanno ora procedendo ad un riesame dei propri sistemi in vigore. Parallelamente si sta procedendo all’introduzione sistematica dell’identificazione biometrica per tutti i collaboratori. Si sta dunque applicando la cosiddetta nozione di ‘controllo dell’accesso’ per minimizzare il più possibile i rischi. Non tutti si stanno però muovendo alla stessa maniera. Stando a quanto ci dicono i nostri clienti e alle sollecitazioni che stiamo ricevendo, c’è ancora una certa confusione su quale direzione prendere e gli investimenti da fare. Direi che il caso HSBC, per la quantità enorme dei dati rubati, ha creato un certo panico tra molti istituti bancari. Se mi consente una metafora, è come se si fosse appena schiantato un aereo, e ora tutti si domandano se la colpa sia stata solo del pilota, o di un guasto tecnico al velivolo o semplicemente delle condizioni atmosferiche... e tutti sono alla ricerca della scatola nera per stabilire che cosa nel sistema non ha funzionato correttamente.»

Ma sul piano internazionale, ritiene che gli istituti elvetici abbiano accumulato un ritardo dal punto di vista della sicurezza dei dati rispetto a quelli di altri paesi?

«Rispetto al nord America sicuramente, anche se naturalmente le sollecitazioni a cui è sottoposta in questo momento la piazza finanziaria elvetica è unica e credo dunque che sia difficile fare paragoni. Negli Stati Uniti, comunque, se penso al sistema di decriptazione sviluppato da Citigroup, direi che sono più all’avanguardia rispetto ai grandi istituti elvetici. D’altronde non è una sorpresa, in ambito informatico gli americani sono sempre stati in anticipo sull’Europa. Ma al di là dello sviluppo dei sistemi informatici di stoccaggio ed accesso ai dati, gli Stati Uniti hanno anche già sviluppato da tempo degli standard di sicurezza codificati e uniformizzati, al fine di creare una sorta di ‘certificato’ contro ogni possibile causa giudiziaria per negligenza. Citigroup è stata infatti anche la prima banca ad affiliarsi a ‘Indentrus.com’, un partenariato pubblico-privato che permette di gestire efficacemente i rischi associati all’autentificazione dell’identità bancaria negli Stati Uniti. Si tratta cioè di un’associazione pubblica che fissa e certifica a livello nazionale gli standard e i principi di sicurezza che le banche devono mettere in atto. È una sorta di ISO 9000 per la sicurezza bancaria, che regola anche nei dettagli i sistemi di accesso ai dati da parte di tutti collaboratori. Il rispetto di tali standard mette le banche al riparo da ogni attacco giuridico per eventuali furti o manipolazioni di dati.»

Ritiene che un simile sistema di certificazione pubblico-privato possa migliorare la sicurezza dei dati bancari anche in Svizzera?

«Ne sono persuaso. È questione di tempo, ma prima o poi vi dovremo arrivare anche noi. In Svizzera oggi ogni banca ha un suo sistema di sicurezza e convivono l’uno accanto all’altro standard tra loro molto diversi. E come ha mostrato il caso HSBC, basta la falla in un solo istituto per macchiare la reputazione di tutta la piazza finanziaria. Ma non sarà facile, serviranno delle riforme politiche. Le nostre banche infatti non sono pronte a condividere un sistema nazionale di certificazione della loro sicurezza interna. Né l’Associazione svizzera dei banchieri, né la stessa Banca nazionale, né tanto meno i più importanti attori della nostra piazza finanziaria sembrano per il momento interessati a collaborare per tentare una riforma in questo senso. La sicurezza e la fiducia sono due cose distinte. Gli istituti bancari americani e anche quelli di Singapore lo hanno compreso e collaborano tra loro per garantire standard comuni di sicurezza in funzione della competitività con le piazze finanziarie estere. Se la Svizzera non colmerà questo ritardo, continuerà a perdere terreno nei confronti della concorrenza mondiale nel campo della protezione tecnologica della sfera privata. Questi continui furti di dati rischiano infatti di arrecare alla piazza elvetica altrettanti danni che le continue pressioni sul segreto bancario.

Ma con il sistema «Melani», la Svizzera ha già comunque creato un ente federale per la protezione delle banche da attacchi informatici esterni. Potrebbe essere questo un punto di partenza?

«Potrebbe, anche se Melani si basa su una vecchia visione di sicurezza, l’attacco informatico esterno, che non ha richiesto alle banche una compartecipazione dei controlli dei rispettivi sistemi di sicurezza interni. Fin dall’inizio dell’informatizzazione delle banche negli anni ‘90, gli hacker hanno sviluppato una metodologia scientifica per individuare le loro falle di sicurezza. Melani serve a questo, ma funziona secondo la strategia del ridotto, dell’attacco esterno, mentre oggi siamo alle prese con una minaccia ben più infida, l’attacco interno.»

Come bisognerebbe dunque procedere?

«Bisognerebbe cominciare con l’istituire a livello federale un comitato di esperti, che possa analizzare i sistemi di sicurezza interni di tutte le banche, e a partire da  questa analisi stilare una sorta di  ‘ranking’ dai più sicuri ai meno sicuri. Questo permetterà di avere un’idea complessiva della situazione e di formulare di conseguenza delle norme di sicurezza standard a cui tutte le banche dovrebbero uniformarsi per potere esercitare la loro attività in Svizzera. È importante poi che il risultato di questa operazione sia visibile, ovvero che le banche che ottengono il certificato di garanzia di sicurezza possano esibirlo per la propria clientela, in modo da poterne rafforzare la fiducia. Questo incentiverebbe gli istituti bancari a fare i necessari investimenti per mettersi al pari coi nuovi standard. A un organo indipendente dovrà poi essere demandata l’autorità di verificare con regolarità il rispetto degli standard per poter continuare a fregiarsi del certificato di sicurezza. La Svizzera ha interesse a sviluppare un simile sistema di sicurezza condivisa e certificata soprattutto sapendo di essere ormai un obiettivo privilegiato di questi ripetuti furti di dati, a causa della forte pressione per il rientro di capitali non dichiarati esercitata dai paesi limitrofi. La nostra piazza finanziaria dovrebbe dunque investire subito e maggiormente in queste nuove tecnologie di sicurezza, affinché questo aspetto possa divenire un nuovo ‘atout’ che gli istituti elvetici possano far valere nei confronti della concorrenza internazionale. Tanto più oggi, con l’indebolimento del segreto bancario.»